Verso

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Materia e natura nell’opera di Giuseppe Zilli
Lorenzo Madaro
Quando sul finire degli anni Settanta Giuseppe Zilli avvia la sua attività espositiva, il suo esordiente percorso nell’arte è legato alla pittura e all’immagine. I dipinti “superstiti” di quel periodo rivelano una doppia predilezione, da un lato verso l’immagine – e quindi la narrazione – e dall’altro verso il Cubismo. Erano trascorsi circa sei decenni dalle esperienze picassiane, che Zilli da giovanissimo conosce, riconosce e interpreta, rielabora e approfondisce, mediante un lavoro autonomo e solitario.
Siamo in un generale clima di ritorno all’ordine in Italia – ma anche altrove –, gli artisti tornano a confrontarsi con la superficie del “quadro” e sulle aspirazioni delle Avanguardie storiche e su più fronti si delineano i percorsi che poi entreranno nella storia dell’arte contemporanea: dalla Pittura colta ai Nuovi Nuovi, per giungere alla più fortunata stagione della Transavanguardia, con Enzo Cucchi, Francesco Clemente, Sandro Chia, Nicola De Maria e Mimmo Paladino.
Si teorizzava – intuizione che si deve al critico Achille Bonito Oliva – una necessità di confrontarsi con il genius loci, ma anche con i mezzi della tradizione, che gli artisti concettuali e poveristi avevano messo da parte a favore di dinamiche e linguaggi sfaccettati. Zilli all’epoca non conosce affatto queste istanze, ma in qualche modo sono le medesime che persegue in quegli anni. Perché riprende temi classici, “Silenzioso si ritira a dipingere un quadro” – per parafrasare uno storico lavoro pittorico di Paladino – e non perde di vista la rappresentazione e il riferimento alla storia dell’arte. Non dimentichiamo che viveva in un piccolo centro come San Donato e la stessa Lecce, a prescindere da alcune singole personalità all’epoca dinamiche e aperte, viveva in uno stato sonnacchioso e “sbarocco” (forse meno di adesso, però), con poche gallerie e istituzioni praticamente assenti, anche sul fronte della formazione universitaria e accademica. Nature morte, composizioni, ritratti: anche i generi a cui guarda Zilli all’epoca sono legati alla storia delle immagini, che egli interpreta con un approccio ancora acerbo.
Questa mostra – che ha un taglio antologico ma rimodulato di volta in volta, a seconda dei diversi momenti – parte proprio da qui, da quei dipinti giovanili rintracciati dalla memoria, e prosegue con le opere degli anni Ottanta, quando Zilli non tralascia l’immagine ma si accosta anche a un’impostazione differente di supporto. La bidimensionalità del quadro gli sta stretta, scava nell’ancestrale simbologia della sua terra, il Salento, e scopre la cartapesta.
Naturalmente la dispone in relazione alle sue necessità, la considera una pelle su cui tracciare segni e immagini, recuperando un’iconografia plurale che appartiene a quell’area di Puglia. I volti tracciati con la pittura si muovono su un doppio strato di riferimenti, da un lato c’è la quella devozionale e rupestre, immagini che si declinano sulle pareti delle grotte e delle piccole cappelle, intervallando credenza popolare a una pittura ancestrale; dall’altro c’è il presente, ciò che avviene in altre latitudini a quel tempo sul fronte della pittura. Penso al già citato Paladino, ad A. R. Penck e al Neoespressionismo di lingua tedesca. Zilli esce così dai confini canonici del quadro, dai condizionamenti di una superficie immobile, sfonda la parete e inizia a muoversi, insieme al suo gesto, nello spazio vivo non solo della rappresentazione ma della fruizione. C’è così uno scarto, che si evidenzia proprio in questi fatidici anni Ottanta.
Oggi, osservando i trent’anni di operatività nell’arte di Zilli, ci si rende conto che una delle costanti della sua indagine sia proprio la ricerca del segno – del tempo, della storia, dell’esistenza medesima – e dello spazio, ovvero della relazione dialettica con esso, della volontà di esercitare un flusso energetico di materia, palpabile e non, sull’ambiente in cui l’opera agisce ed esiste.
Lo si avverte anche dal percorso che scandisce questa mostra nei due piani di Palazzo Vernazza, che Zilli ha inteso progettare in autonomia per raccontare la sua personale storia, proponendo lavori ormai datati, spesso riattualizzandoli in nuove soluzioni.
Il piano terra propone una serie di opere inedite, concepite appositamente per riflettere su alcuni capisaldi del suo lavoro e della vita. Una vasca di oltre due metri ospita del sale dipinto di giallo, simboleggiando la follia che è alla base dell’esistenza e dell’arte. All’interno c’è un piccolo albero d’ulivo, reliquia di un mondo distrutto, di una natura violentata dalla Xylella e da altre sciagure che negli ultimi anni hanno modificato irrimediabilmente il paesaggio rurale di quest’area del Bel Paese. L’arte ha ancora il dovere di rivelare tutto ciò? Per Giuseppe Zilli la risposta è decisamente affermativa, ma naturalmente il suo approccio è silenzioso, sobrio e progettato, la sua è un’arte che non intende scandalizzare, ma esclusivamente suggerire, attraverso l’allegoria e il segno, una riflessione plurale.
Da questo lavoro emerge anche una predilezione costante dell’indagine di Zilli, ovvero il ricorso alle materie naturali, modificate e ripensate di volta in volta. La sua è una scultura che impiega materiali e stratificazioni di elementi eterogenei, come il caffè – che nel suo concept rivela energia – e la calce, che disinfetta, come emerge anche dal resto dei lavori che aprono il percorso di mostra.
È un’arte che vuole generare pensiero, confrontandosi sui grandi temi che appartengono a questa pratica da sempre: basti pensare alla grande spirale in legno che custodisce i quaderni di piccolo formato dedicati all’Apocalisse. La Religione – nella sua accezione più articolata e plurale – è da anni al centro della sua pratica, che oramai da molti anni predilige i linguaggi aniconici Anche la carta è uno dei punti cardinali del lavoro di Giuseppe Zilli, è un materiale che è alla base di numerose opere, basti pensare a questo grande ciclo, che l’ha impegnato in anni recenti con un lavoro installativo poi andato in scena nel castello di Acaya, in Salento.
Il ricorso a differenti linguaggi è sintomo di una sperimentazione costante, di una volontà di indagare temi e argomenti con letture trasversali: accade ciò anche con la fotografia, che egli adotta per fotografare – con il platino d’argento – i materiali che sono alla base del suo medesimo lavoro installativo. Zilli è quindi un archeologo, scava la pietra, scopre la materia ancestrale, ma la rielabora, associandola ad altri materiali, prende in prestito oggetti dal reale per associarli a pigmenti e terre, utilizza l’acqua e il fuoco, vive lo spazio attivo della simbologia, cerca connessioni tra uomo e terra, tra tradizione e presente di ognuno di noi.
Lo fa anche quando torna apparentemente alla pittura, associando dei sacchi di iuta a tele dello stesso materiale, dipinte con colori monocromi simbolici. All’interno dei recipienti, presi in prestito dal mondo contadino, troviamo sabbie e sali, che si ricongiungono idealmente alla bidimensionalità del quadro, creando però profili tridimensionali che sfociano nella scultura a muro.
In anni più recenti – siamo già nei Duemila – la scultura assume un’ulteriore importanza, Zilli recupera il marmo rosa del Portogallo, la pietra di Apricena, travertino rosso e tanti altri brandelli di materia, che lavora, sbozza e affianca per creare delle piccole sculture che vivono la precarietà di un equilibrio sommario eppure per questo seducente. Le sculture di Zilli – di cui in mostra ci sarà una selezione ragionata – sono architetture composte da sovrapposizioni e convivenze improvvise di senso, che rivelano la loro energia totemica a contatto con la luce, quando le superfici levigate acquisiscono ulteriori consistenze. A volte entrano in campo anche le corde ad assecondare queste pacifiche convivenze tra materie provenienti da diverse parti del mondo, connettendo così – tra precarietà e persistenza – porzioni differenti di realtà. Ha una parentela formale con Nino Rollo, sofisticato scultore pugliese prematuramente scomparso, ma rivela anche tangenze con Arp, Brancusi e Moore. D’altronde Zilli ha uno sguardo nomade e il suo lavoro evidenzia famigliarità con ricerche e questioni che hanno interessato l’arte del Novecento, fino all’era Post moderna. Sicuramente un principio basilare del suo fare è connesso all’Arte Povera: non a un maestro specifico del movimento, ma a un sentire comune nei confronti della madre terra e della materia, dello spazio e del tempo in cui si sviluppa, in relazione all’uomo e al suo prefigurarsi non più come osservatore ma come partecipatore attivo dell’opera stessa.
Anche la carta, quando è utilizzata nella sua essenza primigenia, è scultura, perché Zilli la incide, la utilizza come se fosse un supporto metallico da scavare, facendo così emergere porosità, screziature, finalizzate a tracciare un percorso, un segno, che è insieme labile e persistente, morbido ed eterno, come il valore dell’arte, che si rinnova, vive di antinomie e tangenze, cambia strada e poi ritorna a rappresentare l’uomo e la sua essenza, il suo habitat e la sua costante voglia di relazione con tutto ciò che è tangibile e reale.
Si intervalla così un percorso plurale, con inciampi, proposizioni e sguardi. In attesa di nuovi lavori, nuovi sguardi su quel mondo ancestrale su cui Zilli punta lo sguardo da trent’anni e oltre.

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