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Peccati celati Sculture

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La chiave va cercata nel colore.
Giuseppe Zilli, con le mani, trasforma umano istinto e logos in colore, pigmentando i grani della nostra sabbia, come fosse un monaco tibetano. Li raccoglie in sacchi di yuta, li pesa, li conta, trova nuova equilibri di leve e compasso, e infine li appende al collo dei suoi sette peccatori, uniti da un cromatismo acido, primordiale, elementare, fatto di pietra, marmo e stoffa grezza. Ogni materiale utilizzato ne desidera un altro e l’artista scivola naturalmente da un desiderio all’altro, da un colore all’altro, da una pena ad un’altra. Ogni scelta risponde, è evidente, ad un bisogno intenso di libera espressione, di memoria storica e antropologica, che supera ogni fatica del corpo.
Così nera è l’ira. Le sue vipere sono affamate, bucano la pietra dalla quale sono partorite, perforano strati e strati di sabbia scura, strappano la tela e dall’intreccio vischioso delle loro spire puntano al loro stesso cuore. Per cibarsene e trovar pace, muoiono di sé.
Il giallo della lussuria è invece desiderio puro di bocca e gioco. I suoi pesci, abbacinati di lascivia, viaggiano in una densità liquida che li rallenta, nuotano in un’ abbondanza che li stranisce. E giocano come bambini vanamente innocenti.
Poi il verde si sdoppia: diventa farina acida d’invidia e pancia velenosa di gola mai sazia. Mentre l’invidia è composta da semi che implodono segretamente, la gola s’allarga, si nutre, ingigantisce.
Dopo arriva l’accidia: una sospensione astenica nel blu, estasi azzurra, rapimento amoroso che prepara al cielo e che invita all’immobilità sotto un manto virginale.
Ma se l’accidioso è indeciso in un mare pescoso in cui nulla accade, il superbo è profondamente sicuro di sé. Questi non è solo tinto di rosso, di più: è malato di porpora e pronto ad esplodere.
Al contrario è color tabacco il silenzio dell’avaro che osserva l’arcobaleno. Chiuso dentro di Sé, cerca la concentrazione del possesso e del risparmio. Si ciba solo di lenticchie, si mortifica sentendosi potente quanto incompreso, e fa spergiuri pregando nel fango.
Ecco i sette peccatori che Zilli mette sotto vetro. La rabbia, il suo seme, la fame, il sogno della cuccagna, l’estro amoroso, la vipera brutale, il silenzio rancoroso, la zattera sul nulla. I sette bubboni sono celati in vitro come i succosi sott’olio o le vecchie madonne della tradizione salentina. Sette le voglie, sette le contraddizioni, sette i sapori, sette le preghiere, sette le vasche in cui le ammende si moltiplicano ed evolvono.
Un invito esplicito a scavare ci viene direttamente dalla pietra, dunque. Quella della nostra terra che racconta gli uomini. Quella che ogni essere umano conserva e che gli gonfia il cuore. Pietra calcarea, morbida asprezza, ruvidezza contadina, che Zilli cerca e svuota, forgia, per portarne alla luce i colori più sinceri. Un lavoro di ricerca orizzontale quanto verticale, il suo, che si serve del colore quanto delle suggestioni della tradizione cristiana, dell’istinto quanto della ragione. Ed esprime fatica e vita a tinte potenti.
Lasciarsi prendere, oggi, dal gioco pietroso delle pene degli uomini è capitale.

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