Il gioco dei segni

Il gioco dei segni

Il gioco dei segni

Di Luciana Palmieri
Ho conosciuto Giuseppe Zilli in occasione di un mio lavoro su un’antica chiesa a Galugnano.
Non abbiamo subito parlato d’arte ma mi ha colpito il modo con cui proteggeva il patrimonio culturale ed artistico della sua terra, la sensibilità e la passione con cui guardava le pitture parietali, certo di notevole interesse artistico, presenti in quella fabbrica.
E’ per questo che ho accettato la proposta di scrivere su di lui, anche se fino a quel momento sapevo ben poco sulla sua arte. In seguito i nostri colloqui, le nostre dissertazioni, la disponibilità delle numerose dichiarazioni, mi hanno incuriosita. Mi ha colpito soprattutto il suo modo di relazionarsi, pacato e concitato allo stesso insieme, che contribuisce a delineare la l’espressività dell’artista, quasi una forma di arte parallela a quella delle sue opere. Sostiene le sue opinioni con consapevolezza e serietà, si sofferma sui particolari, a volte con una certa insistenza, dimostrando, e questo va sottolineato, una struttura teorica coerente.
Il suo repertorio ha subito negli anni un’interessante evoluzione; come tutti gli artisti, impegnati anche sul piano della ricerca, è partito da esercitazioni accademiche ed ha raggiunto, attraverso lo studio e le sperimentazioni continue, un’autonomia stilistica e segnica.
E’ importante sottolineare che chi entra in una mostra, soprattutto se si tratta di una personale e l’osservatore è uno storico o un critico d’arte, è spinto a ricercare, nel percorso espositivo, la coerenza stilistica e la personalità dell’autore. E’ una reazione chiaramente spontanea ma anche ragionevole, per il fatto che la produzione ha la stessa matrice. A volte però il percorso si rivela noioso e ripetitivo, in quanto le opere sono state realizzate per essere ammirate una alla volta, non tutte insieme. Nelle esposizioni di Giuseppe Zilli questo non si verifica: le opere, così diverse tra loro, una volta raggruppate, come uno straordinario contenitore espositivo che è il castello di Corigliano, mostrano un autore dall’eccezionale vivacità creativa.
Mi chiedo se queste immagini dall’apparente ambiguità, siano scaturite dalla realtà attuale o da un inconscio ed ancestrale bisogno di risalire a sintesi di un lapicida, ma frutto di un levigato scorrere di elementi naturalistici. I ciottoli dei fiumi, che ispirarono i primi litostrata, hanno un peso, una valenza determinante nelle forme di questo artista.
Lo scultore, una volta create le sue morfologie, le utilizza in chiave ludica portando a compimento una sorta di sfida prima con se stesso, poi ribalta i ruoli e riversa la sfida sul fruitore ed in questa alternanza, curioso, cera di captare le reazioni dei singoli alle sue innumerevoli provocazioni. Il ricordo di un manufatto arcaico diviene pertanto elemento di una tecnologia in fieri, espressivamente povera perché legata al ricordo di un passato per lui ancora presente.
Ed ecco il materializzarsi di forme riprese da una realtà contadina. Aratri, alberi ridotti ad estrema sintesi segnica. Tutto asi materializza per chi riesce a vedere e a capire il gioco che sottendono, il gioco delle metamorfosi e dell’effimero, suggerito al visitatore dai pensieri che fuoriescono da contenitori – mitiche forme fittili – posizionate alle basi delle strutture. I pensieri si liberano. Si materializzano, ripropongono il gioco sottile del connubio tra significato e significante e le parti ridiventano protagoniste. Autore e fruitore si sfidano nel duello sottile della comprensione e il gioco ricomincia e continua ininterrotto, accompagnato da quelle esclamazioni e da quei sussurri di chi si diverte e coglie le sottigliezze del ruolo.

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